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Chi siamo

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L’Istituto Comprensivo "G. Macherione" abbraccia due comuni della provincia di Catania.

Il territorio di Calatabiano sul confine tra due province, cortile di casa di Taormina, sembra essere naturalmente vocato al turismo  ed alle attività ad esso correlate.

Per la sua posizione geografica Piedimonte Etneo è luogo di transito per chi vuole raggiungere le parti alte della zona est del vulcano Etna, mantenendo contemporaneamente un facile e veloce accesso alla costa ionica

La comunità scolastica che opera nell’Istituto Comprensivo "G. Macherione" di Calatabiano si pone proprio quest’obiettivo fondamentale: dotare gli alunni  di quelle conoscenze, competenze ed abilità che permettano loro di inserirsi  in modo ottimale nel contesto di questo territorio. Ma anche oltre, cittadini coscienti di "vivere" il villaggio globale. 
  
 

CALATABIANO:

stemma.pngStemma

Carta d’identitàCalatabiano è un paese siciliano molto antico situato al confine tra la provincia di Catania e quella di Messina, a pochi chilometri da Taormina. Si affaccia sullo Ionio con una bellissima spiaggia sabbiosa. Caratteristica è la coltivazione e la trasformazione di nespole,agrumi, vite ed ulivo. Il turismo è in via di espansione.

Caratteristiche geograficheCalatabiano il paese ha pianta a forma di stella, si trova in una piccola ma fertile pianura, ai piedi di una collina in cima alla quale si può ammirare il famoso castello Arabo — Normanno (IX sec.) e l’antica chiesa del SS. Crocifisso (1484). E vicino a Taormina, la nota località turistica famosa in tutto il mondo. Ha una bella e lunga spiaggia sabbiosa sul mare Ionio ed è a pochi chilometri da ‘a muntagna’’ Etna, il più grande vulcano attivo d’ Europa ed uno dei più alti del mondo, 3.323 m. Il suo territorio è separato dalla provincia di Messina dal fiume Alcantara che in arabo significa “ponte”.

Profilo storicoCalatabiano è un paese molto antico. I primi colonizzatori del territorio furono i Calcidesi, essi arrivarono dalla Grecia nel 725 a. C. Nell’827 d.C. gli Arabi arrivarono in Sicilia e nel 902 essi conquistarono il territorio e costruirono un castello in cima alla collina. Il nome del Kakim, principe, era Bian, così il castello fu chiamato Kalat’a’ Bian, cioè castello di Bian. Attorno al castello fu costruito un villaggio. Dopo gli Arabi il castello fu conquistato dai Normanni nel 1079, quindi dagli Angioini nel 1272 e infine dagli Aragonesi. Dal 1396 al 1669 fu sotto il dominio di Crujllas, una famiglia spagnola. Dopo due terribili terremoti nel 1669 e nel 1693, gli abitanti abbandonarono il castello e incominciarono a costruire un villaggio ai piedi della collina. Finalmente, nel 1813, Calatabiano divenne “comune”, aveva allora una popolazione di 1360 abitanti.

Condizioni economiche: L’economia del paese si basa su: - agricoltura, si coltivano agrumi, specialmente limoni, arance e mandarini, nespole e olive; - allevamento di ovini, turismo, campeggi sono presenti vicino alla spiaggia di S. Marco; - produzione della carta; - produzione di manufatti in terracotta; - lavorazione degli agrumi; - produzione della calce.

Tesori artistici:  A Calatabiano si può ammirare: il castello Arabo – Normanno (IX sec.);il castello del Principe di Palagonia (XVII sec.); noto come castello di S. Marco: l’artistico portale del palazzo del Principe di Palagonia; la statua di S. Caterina (1875); antiche e splendide Chiese, con i loro tesori artistici (sculture, dipinti, affreschi…), come la chiesa del SS. Crocifisso (1484), la chiesa di Gesù e Maria (1695), un bell’esempio di barocco siciliano, la chiesa dell’Annunziata (1740) all’interno della quale è custodito il prezioso Crocifisso di legno (XVI sec.) di Giovanni Salvo D’Antonio di scuola antonelliana.

187-08-37-13-2330.jpg Il Castello

Clima: Il clima è tipicamente mediterraneo con inverni brevi miti ed estati lunghe e calde.

Cucina: La cucina calatabianese è ricca e varia. Piatti tipici sono: maccheroni, spaghetti al pomodoro e melanzane, pescestocco “a ghiotta”; “maccu”, piatto a base di fave; agnello arrosto; marzapane; gelati e granita.

Tradizioni e feste popolari: Carnevale: sfilata di carri allegorici e gruppi mascherati; Venerdì Santo: processione e rappresentazione sacra; Maggio: sagra delle nespole:; festa di S. Filippo, la terza domenica del mese con la famosa “calata” del santo, il sabato antecedente; Novembre: festa dell’autunno; Dicembre: “i cannici” falò lungo la sera del 13, giorno di S. Lucia.

P5174008.jpg A Calata Di San Filippo

Come arrivare a Calatabiano: In auto: autostrada A 18 da Messina uscita a Giardini Naxos, da Catania uscita a Fiumefreddo di Sicilia. In treno: fermata alla stazione di Taormina o Calatabiano.

 

PIEDIMONTE ETNEO

409px-Piedimonte_Etneo-StemmaWEB.jpgStemma

Il TerritorioPiedimonte dista 35 km da Catania e 49 da Messina.Il territorio del Comune di Piedimonte Etneo si estende sul versante Nord-Est dell’Etna per circa 2646 ettari, di cui 794 ricadono nel territorio del Parco dell’Etna, tra le quote 130 e 2874 m. Il suo confine si sviluppa lungo il vallone Zambataro fino a Ponte Boria, passa da contrada Morabito, Vallone S.Venera, percorrendolo fino a Presa, da qui seguendo il limite settentrionale delle lave di Scorciavacca giunge fino a serra Buffa, Monte Frumento delle Concazze e Pizzi Deneri, a questo punto scendendo verso Monte Zappinazzo, Case Bevacqua, Rocca Campana e Terremorte si ricollega con il Vallone Zambataro. Il paesaggio è caratterizzato dalla coesistenza di due territori nettamente differenti: uno tipicamente vulcanico, con colate laviche datate o recenti, l’altro sedimentario solcato da incisioni torrentizie.

La StoriaPiedimonte Etneo nel suo nascere, agli albori del XVII secolo, fu battezzata con il nome di "Belvedere" grazie agli incantevoli panorami che si ammirano dalla colina ove sorge, sita ai piedi del vulcano sul versante orientale dell’Etna. All’epoca il territorio di Piedimonte Etneo faceva parte dei possedimenti dei Gravina Cruillas, baroni di Francofonte e principi di Palagonia, e fu appunto Ignazio Gravina Cruillas (1611-1685) che nel 1650 "principiò" sul feudo Bardella della baronia di Calatabiano "una nuova habitatione" chiamandola "Piemonte". Successivamente il nipote Ignazio Sebastiano Gravina Amato (1657-1694), nonostante l’opposizione della vicina Linguaglossa, ottenne dal Tribunal del Real Patrimonio la licenza "populandi". L’atto di vendita della licentia populandi fu stipulato il 30 agosto 1687, seguito il 22 settembre dal decreto viceregio che sanciva la nascita del nuovo paese. Nonostante il nome richiesto alla Regia Curia fosse "Piemonte", continuò ancora a chiamarsi Belvedere, nome caro ai suoi abitanti. In seguito prevalse il nome Piedimonte, cui fu aggiunto Etneo nel 1862, per distinguerlo da altri paesi con identico nome. Il fondatore non era andato oltre l’edificazione di una piccola chiesa, intitolata a Sant’Ignazio di Loyola, di una dozzina di "casuncole terrane", di qualche forno, di un piccolo alloggio per suo servizio. Il nipote, ottenuta licenza, lasciata Palermo, si trasferì nella baronia di Calatabiano, ove si fece costruire due comode dimore: una all’Aquicella (detta ora Castello di San Marco) e l’altra a Piemonte. Stabilitosi in questi luoghi nel 1689 vi realizzò altre costruzioni. Fu Ferdinando Francesco (1675 - 1736), quarto signore di Piedimonte, il fautore della notevole espansione settecentesca del paese e l’impronta urbanistica che tuttora lo caratterizza grazie all’apertura di strade dalla larghezza inconsueta. Vennero realizzate importanti costruzioni, fra cui ricordiamo l’acquedotto, la Porta San Fratello, il Carcere, la chiesa di San Michele Arcangelo e il Convento dei Cappuccini. In questo periodo si registra un rilevante aumento della popolazione. Molti furono gli immigrati venuti dai paesi vicini, alcune famiglie vennero addirittura dalla Calabria, altre da Palermo a seguito del Principe. Piedimonte continuò a crescere nel corso del Settecento, con l’apertura di nuove strade, la costruzione di palazzi lungo il corso principale e della Chiesa Madre con l’ampia piazza adiacente. Nel 1812 venne elevato a Comune e il primo sindaco fu il signor Domenico Voci, che era stato più volte amministratore civico. Sul finire del XIX secolo, la politica piedimontese fu offuscata da gravi fatti di corruzione e clientelismo, per i quali venivano concessi favoritismi ai parenti dei politici, mentre la popolazione soffriva per le condizioni indigenti in cui era costretta a vivere. Venne così sciolto il consiglio comunale e si chiese direttamente a re Umberto I la nomina di un commissario che potesse prendere provvisoriamente le redini del paese. La risposta da Roma non si fece attendere, e come da decreto del 28 agosto 1896, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, venne nominato il cav. Nicola Finelli.

Le Frazioni: La storia di Piedimonte, ricca di motivi suggestivi per le sue origini, si carica poi di particolare fascino se si evocano i lontani trascorsi della civiltà bizantina presente nella frazione di Vena, testimoniata soprattutto dalla pregiata icona della Vergine con il Bambino di antica arte orientale. Vena, il cui nome deriva dalla vena d’acqua scaturita secondo tradizione dall’urto prodotto dallo zoccolo di una mula che accompagnava dei frati, è sede di un ricercato Santuario. Il culto della Madonna della Vena risale al VI secolo, quando fu fondato un convento di monaci basiliani, trasformato nel XIII in abbazia, poi soppressa. Oggi è molto apprezzata sia per la salubrità dell’aria che per i paesaggi offerti al visitatore. Altra frazione è Presa, il cui nome è legato alle sorgenti d’acqua numerose nella zona. La borgata di Presa, antico villaggio nel feudo di San Basilio, nel corso degli anni si è ben sviluppata nella sua struttura, tanto da essere, oggi, un accogliente centro di villeggiatura. Sia Presa che Vena si popolano e vivacizzano durante il periodo estivo, grazie alle numerose manifestazioni che ivi si organizzano. Si ricorda inoltre la frazione di San Gerardo, meta di pellegrinaggi per il culto di San Gerardo Maiella, cui è dedicata la chiesa, da poco elevata a Santuario. La contrada di San Gerardo in questi ultimi anni è divenuta sede di villeggiatura, favorita dal clima collinare, dalla prossimità a Piedimonte e a Linguaglossa e da una viabilità di accesso comoda e agevole.

Patrimonio Artistico: La visita a Piedimonte, per chi giunge da Fiumefreddo, inizia da Piazza Roma, cuore storico del primitivo insediamento per essere stato al suo nascere (allora si chiamava Piano S. Michele) la porta di accesso al paese. Da qui si apre, infatti, l’antica Via Forni, prima importante arteria di collegamento, assieme a Via Difesa, tra la parte bassa del paese e di territori a monte del Feudo Bardelle. A partire da 1718 questo luogo prese il nome dalla chiesetta fattavi costruire dal Principe Ferdinando Francesco Gravina. La chiesa di S. Michele, la terza di Piedimonte, fu costruita a somiglianza della più antica Chiesa di S. Ignazio ma con il prospetto rivolto a mezzogiorno. Dell’originaria organizzazione planimetrica di Piano S. Michele, l’attuale Piazza Roma conserva ancora qualche traccia. Sullo slargo antistante la chiesa si affaccia l’elegante prospetto neoclassico di Palazzo Voces, costruito nella seconda metà del XIX secolo. Sul lato opposto fa da sfondo il lungo fronte di Palazzo Carpinato. Degli anni ’50 è la realizzazione della Villa comunale, unica oasi di verde all’interno del centro abitato. Proseguendo lungo Via Mazzini, due alti campanili in pietra bianca di Siracusa annunciano la presenza della chiesa di S. Ignazio, edificata alla fine del secolo scorso, su progetto del ripostese Pietro Grasso, nel luogo in cui sorgeva la vecchia chiesa fatta costruire da Ignazio Sebastiano. Un’immagine di come doveva apparire all’epoca della sua fondazione la si può trarre dalla Tela della Madonna delle Grazie conservata nell’ala sacramentina della Chiesa Madre. In questo dipinto, di anonimo pittore del XVII secolo, vediamo riprodotti nella loro originaria collocazione, molti degli antichi monumenti cittadini oggi scomparsi: il campanile a giglio della chiesa di S. Michele, il massiccio volume merlato del carcere e la prima chiesa di S. Ignazio, il palazzo del Principe e il fonte vecchio nel piano della Matrice. Superata la piazzetta di S. Ignazio la vista si apre sull’ampio slargo irregolare di piazza Madre Chiesa. In questo spazio domina incontrastata la chiesa madre della Madonna del Rosario. Di vaste dimensioni, la "matrice" presenta, unica nel suo genere a Piedimonte, un impianto basilicale a tre navate sorrette da massicce arcate convergenti verso l’ampio abside nel quale è collocato l’altare maggiore. Iniziata nel 1712 fu ampliata più volte nel corso del XIX secolo vi furono aggiunte prima l’ala i mezzogiorno, cosiddetta del Crocifisso e la sacrestia (progetto dell’architetto Raffaele Patanè Contarini), e poi la navata sacramentina che permise di creare un accesso anche da via Serro. Al suo interno, lungo le pareti delle navate laterali, trovano posto una doppia serie di pregevoli altari marmorei ornati da ampie tele per lo più raffiguranti la vita dei santi. Tra queste, la tela del martirio di S. Sebastiano, la Pala di Santa Lucia, del pittore acese Francesco Mancini e le due tele di S. Francesco e S. Antonio di Alessandro Abate. All’esterno il disegno della facciata mescola elementi architettonici tratti dal linguaggio classico e da quello vernacolare. Dalla chiesa madre, attraversato il corso principale, si prosegue per via Umberto fino all’omonima piazza dove sorge il convento dei padri Cappuccini e l’annessa chiesa dell’Immacolata. L’edificazione del complesso monastico, avvenuta tra il 1731 e il 1749, si deve all’interessamento di Ferdinando Francesco e del fratello Giovanni Battista. Gli arredi sacri della chiesa dell’Immacolata sono tra i più preziosi conservati a Piedimonte. Di grande pregio è la tribuna dell’altare maggiore che incorpora un grandioso ciborio in legno a minuti intagli del tutto simile a quello conservato presso la chiesa dei cappuccini a Linguaglossa. Tra i quadri, le due tele raffiguranti S-Antonio da Padova e S. Francesco, che ornano gli altari collocati sul lato destro della chiesa, mentre, sul lato opposto, a coronamento dell’altare centrale, si può ammirare una splendida Natività di Gesù. Ritornati sul corso Vittorio Emanuele, la visita procede verso Porta S. Fratello che, già da lontano, segna con il suo profilo inconfondibile l’asse prospettico dello "stradone". E’ probabile che la denominazione "Porta S. Fratello" stava semplicemente ad indicare la direzione da percorrere per raggiungere uno dei nuovi possedimenti, S. Fratello, sul versante tirrenico, che Francesco Ferdinando aveva acquisito sposando Annamaria Lucchese. Un’altra tradizione vuole che il nome S. Fratello derivi dall’esistenza sul luogo di un altarino raffigurante l’immagine di S. Alfio, uno dei tre santi, assieme a Filadelfo e Cirino, detti "i santi fratelli". La sua edificazione risale alla prima metà del ’700 e si deve, ancora una volta, all’iniziativa di Ferdinando Francesco. Realizzato con grandi conci di pietra lavica, il portale presenta una coppia di pila~ stri a sezione quadrata in forma di alti obelischi, alla cui sommità si ergono, quasi in precario equilibrio, due sfere di pietra. Oggi i "pupa" si ergono solitari e tali noi li possiamo ammirare. Nel 1936, infatti, le appendici laterali furono maldestramente demolite allo scopo di agevolare il passaggio al pedone che, per proseguire da via S. Fratello a via Borgo, doveva necessariamente attraversare la via. Dell’edilizia sette-ottocentesca dell’antica via S. Fratello rimangono i rigorosi allineamenti voluti dal Principe. Ad eccezione del palazzotto settecentesco posto di fronte via Difesa, dai preziosi intagli in pietra lavica, i palazzi che si affacciano sullo stradone sono stati quasi tutti costruiti o ricostruiti nel corso di questo secolo. A partire dai quattro canti si segnala palazzo Puglisi, realizzato intorno al 1930, nel luogo su cui sorgeva un più antico palazzotto in pietra lavica. Sullo stesso lato il palazzo del Municipio, terminante a punta su piazza Indipendenza. Sulla sinistra spiccano, per la qualità del disegno architettonico, il palazzotto di proprietà Calì- Cassaniti e palazzo Scidà. Dall’imbocco di via Difesa a salire, tra tutti gli edifici, notevole è il palazzo Morabito, dal vigoroso cornicione in pietra bianca che gira ad angolo su due fronti. Infine, oltre il fondale settecentesco della porta S. Fratello, su via Borgo immediatamente a ridosso la piazzetta del Calvario, è da segnalare un grazioso palazzotto che al primo piano conserva un singolare altarino votivo in pietra arenaria di sicuro interesse. Fuori dal perimetro urbano, meritano una visita le frazioni di Vena e Presa, meta di villeggiatura estiva. Vena è nota per la presenza del santuario di Maria SS. Della Vena, risalente al XVI secolo. All’interno della chiesa è conservata una preziosa icona della Madonna.

pilastri.jpg I Pilastri

 

Economia e turismo: L’economia si basa prevalentemente sull’artigianato e l’agricoltura. La produzione agricola tradizionale si basa essenzialmente sull’agrumicoltura, la viticoltura (a buon titolo, infatti Piedimonte è inserita nel circuito delle città del vino) e l’olivicoltura con produzione di ottimo olio. Negli ultimi decenni, poi, si è molto sviluppata la coltura in serre soprattutto di piante ornamentali, e ultimamente anche di ortaggi. Purtroppo, l’elevato numero dei cascinali ridotti a rudere e dei terreni lasciati all’abbandono e alle sterpaglie è indice del continuo abbandono delle campagne, un tempo coltivate e verdeggianti, da parte della popolazione. Sviluppato è il turismo: per la sua posizione geografica Piedimonte è luogo di transito per chi vuole raggiungere le parti alte della zona est del vulcano, mantenendo contemporaneamente un facile e veloce accesso alla costa ionica. Le attrattive turistiche sono anche legate alle tradizioni popolari del paese. La festa del patrono, Sant’Ignazio da Loyola, che si svolge il 31 luglio, offre anche l’opportunità di partecipare a varie sagre locali, nonché al Trofeo di Sant’Ignazio, importante gara podistica che richiama atleti di fama internazionale. Tra le altre manifestazioni da ricordare l’Estate Piedimontese, durante la quale si svolgono mostre, concerti, rappresentazioni teatrali e tornei sportivi; e la Festa della Vendemmia che ogni anno, alla fine di settembre, rievoca le antiche tradizioni e gli antichi usi relativi, appunto, a quella che un tempo era la ricchezza delle contrade del paese.

pied.jpg Festa della Vendemmia

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